La mia storia

Se sei arrivato fin qui, probabilmente è perché hai ascoltato una canzone e ti sei chiesto chi ci fosse dietro. È una domanda che mi riguarda da sempre, e che, in un certo senso, è il filo di tutta la mia vita. Lascia che ti racconti.

Una voce nell'aria

Ho cominciato a scrivere canzoni da ragazzo, negli anni Ottanta. Due dei miei brani finirono dentro un disco: l'album Cavalli Alati di Alberto Cheli, uscito nel 1979 per la CGD, prodotto da Antonio Coggio, lo stesso che lavorava con Baglioni e lo produceva. Nel disco c'era anche Mimmo Cavallo. Per un ragazzo che scriveva, era un'occasione importante; c'era soprattutto il mio amico Luigi Montagna che tanto mi ha aiutato in questa fase.

Di quel periodo conservo un ricordo che non mi ha più lasciato. Un giorno accesi la radio per caso, e per una di quelle coincidenze che sembrano magia la accesi proprio mentre passava il disco di Cheli, e sentii una mia canzone viaggiare nell'aria, entrare nelle case di gente che non conoscevo. Fu un'emozione difficile da raccontare. Perché una canzone che cammina da sola, che arriva a uno sconosciuto senza che tu sia lì a spiegarti, è il modo più alto che conosco per trasmettere chi sei.

Eppure, allora, non riuscii ad andare oltre. Ero acerbo, ed erano altri tempi: per portare una canzone fino in fondo servivano mezzi e una strada che io, in quegli anni, non avevo. Continuai a scrivere ancora per un po', poi la vita prese un'altra direzione: il lavoro, l'informatica. E la musica diventò un cassetto che pian piano si chiudeva. Dentro ci restò una marea di canzoni. Scritte, finite, mai uscite davvero come avrebbero dovuto.

L'autore dietro le quinte

A metà degli anni Novanta tornai alla musica da un'altra porta. Mi accorsi di una cosa che mi stava a cuore: quando il pubblico ama una canzone, dice "la canzone di" e fa il nome dell'interprete. Quasi nessuno pensa a chi quella canzone l'ha scritta: le parole, la musica. L'autore vive dietro le quinte. È lui che mette al mondo la canzone, eppure resta in ombra.

Volevo cambiare questo, almeno un poco. E scelsi di farlo attraverso l'unico autore che il grande pubblico conoscesse per nome: Mogol. Iniziai a scrivere la sua biografia nel 1996. Uscì qualche anno dopo, con Sperling & Kupfer, e fui il primo a dedicare un libro a Mogol, quando Battisti era ancora vivo. Si intitola Umanamente uomo, dal nome di quell'unico brano strumentale del repertorio Mogol-Battisti. Nel libro pubblicai per la prima volta un testo che Mogol aveva scritto per quel pezzo e poi messo da parte, rimasto inedito fino ad allora.

Conoscere da vicino il suo modo di lavorare è stata, per me, una lezione che non ho più dimenticato. Per me Mogol è l'autore di testi per eccellenza, perché sa prendere la parola dentro la musica: non è un caso che i testi più belli nascano su melodie belle, e viceversa: le due cose non si possono separare, vivono insieme. E c'è una cosa che mi ha colpito più di ogni altra: Mogol non lima la parola all'infinito, non la cesella a freddo. La scrive di getto, di slancio, lasciando che arrivi come è nata. Quel gettare le parole tutte insieme, fidandosi dell'istante in cui nascono, l'ho sempre trovato affascinante. Ed è, nel mio piccolo, il modo in cui anch'io cerco di scrivere.

Era la stessa battaglia di sempre, anche se l'ho capito solo dopo: difendere chi scrive. Solo che la combattevo per un altro, perché io stesso non ero ancora riuscito a tornare allo scoperto.

Oggi: il cassetto si riapre

Sono passati venticinque anni. E qualcosa, finalmente, è cambiato.

Oggi la tecnologia permette di dare a una canzone la voce e il corpo che immaginavo, di farla suonare pulita, intera, come la sentivo dentro quando la scrivevo. È caduto un muro che per anni aveva tenuto le mie canzoni chiuse nel cassetto. Ho ripreso tutte le vecchie cassette con i miei appunti di chitarra e voce e le ho rielaborate con la maturità di oggi e il cuore di allora. E così posso tornare a fare l'unica cosa che ho sempre rivendicato come quella che conta davvero: scrivere.

Perché è di questo che si tratta, ed è bene dirlo con chiarezza: io sono un autore. Quello che è mio, in ogni canzone, sono le parole e la musica, il pensiero che le tiene insieme. La voce è lo strumento che le porta a te, come la matita è lo strumento di chi disegna. Ho aspettato una vita per avere il modo di farle uscire come dovevano. Adesso ce l'ho.

E quando leggo, sotto un brano appena pubblicato, il commento di qualcuno che non mi conosce e scrive "vera poesia", provo esattamente la stessa cosa di quel giorno alla radio, tanti anni fa: la parola che arriva, da sola, e trasmette chi sono. È tutto qui. È sempre stato questo.

Un invito

C'è un'ultima cosa che voglio dire, e non riguarda solo me.

So di non essere l'unico. C'è una generazione di autori della mia età che ha i cassetti pieni di canzoni: pezzi belli, veri, lasciati lì per gli stessi muri che fermarono me. Per timidezza, per mancanza di mezzi, perché la vita andava altrove. A loro voglio dire una cosa semplice: oggi quei muri non ci sono più. Le canzoni che avete scritto possono ancora trovare l'aria, e qualcuno che le ascolti.

Io ho riaperto il mio cassetto. Spero che questo serva a far riaprire anche il vostro.

Mi chiamo Giammario. Sono un autore. E queste sono le mie canzoni, quelle che ho aspettato una vita per farti ascoltare.